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Libro L'ARDITO - Romanzo storico di Roberto Roseano sulla nascita e l'epopea degli Arditi nella Grande Guerra

STORIA
L'ardito - Romanzo storico  di Roberto Roseano vincitore del premio Acqui Storia 2017

L'ARDITO - Vincitore del premio Acqui Storia 2017 sezione romanzi storici

  • Titolo L'ardito
  • Pagine 416
  • Prezzo di copertina € 22,00
  • Casa Editrice Itinera Progetti
  • Autore/i Roberto Roseano
  • Data Pubblicazione maggio 2017
  • Riferimento 978-88-88542-86-7
  • Compra direttamente online

INTRODUZIONE DELL'AUTORE

Tutti hanno qualche bel racconto da narrare. Io ne avevo uno straordinario, tragico ed eroico al tempo stesso, in cui la grande storia della prima Guerra Mondiale si intreccia con la piccola storia di un ragazzo che si è trovato a combattere su quasi tutti i teatri di battaglia del fronte italiano. Ho potuto raccontarla solo grazie al caso, che ha evitato a quel ragazzo di incontrare sulla sua strada una granata, un proiettile o una semplice scheggia di ferro. Quel ragazzo era mio nonno.

Dopo quasi due anni di guerra, un giovane sergente decide di sfuggire alla squallida vita di trincea arruolandosi volontario in un corpo speciale dell’esercito di nuova costituzione.
Dopo un durissimo corso di addestramento viene selezionato assieme ad altri uomini di provato coraggio, del tutto ignaro che ad alcuni privilegi, come la paga più alta e le licenze premio, corrisponderanno rischi molto maggiori. Il comando della II Armata, infatti, conta
di affidare a questi nuovi reparti le imprese più pericolose e difficili, come la conquista del San Gabriele.

Ci troveremo così a vivere in prima persona la nascita e l’epopea di uno dei corpi più leggendari della prima guerra mondiale, gli Arditi. Dalla strenua difesa della linea del Tagliamento e del Piave alle vittoriose battaglie del 1918 sugli Altipiani e sul Grappa fino a Vittorio Veneto. L’avvincente rievocazione di quei tumultuosi anni attraverso gli occhi di chi li visse in prima persona rischiando la ghirba.

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PREMIO ACQUI STORIA 2017 

 

Le Giurie del Premio Acqui Storia, riunitesi in Acqui Terme, hanno designato i vincitori della 50° edizione del Premio. Nato nel 1968 per onorare il ricordo della “Divisione Acqui” e i caduti di Cefalonia nel settembre 1943, questo Premio è divenuto negli ultimi dieci anni uno dei più importanti riconoscimenti europei nell’ambito della storiografia scientifica e divulgativa, del romanzo storico e della storia al cinema ed in televisione, ottenendo un importante rilancio scientifico, culturale e mediatico ed una grande visibilità internazionale, tanto che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha deliberato una speciale targa in bronzo da lui firmata per i 50 anni del Premio.

Per la sezione del romanzo storico ha vinto Roberto Roseano con “L’Ardito”, Itinera Progetti Editore.

Sottufficiali del XXII - Pietro Roseano in piedi a sinistra Il protagonista del libro, Pietro Roseano, nato nel 1896 a Chiusaforte (UD), nell’autunno del 1915 viene arruolato in fanteria, 207° Reggimento della brigata Taro, e combatte in Trentino (maggio 1916) e sulla Bainsizza (agosto 1917). In settembre col grado di sergente entra volontario nella famosa scuola d’assalto della 2a Armata diretta dal tenente colonnello Giuseppe Bassi a Sdricca di Manzano, vicino a Udine. Si trova così a vivere in prima persona la nascita e l’epopea di un corpo leggendario della prima guerra mondiale, gli Arditi.
In ottobre prende parte a numerosi scontri a fuoco per difendere il ripiegamento del Regio Esercito dopo Caporetto ed è tra gli ultimi ad attraversare il Piave sul ponte di Vidor, poco prima che venga fatto brillare. A fine gennaio 1918, con il II reparto d’assalto partecipa alla battaglia dei Tre Monti sull’altipiano d’Asiago per la conquista del Monte Valbella, la famosa “vittoria ad ogni costo”. In giugno il suo reparto, rinumerato XXII, entra a far parte della Divisione d’Assalto e combatte sul basso Piave, tra Zenson e Fossalta, in quella che D’Annunzio chiamerà la battaglia del Solstizio, guadagnandosi il grado di sergente maggiore. Infine la notte del 26 ottobre è tra i primi ad attraversare il Piave in piena e dopo aspri combattimenti contribuisce a liberare il paese di Moriago, aprendo la strada alle truppe che dilagheranno nella piana della Sernaglia in quella che verrà poi definita la battaglia di Vittorio Veneto.

Il libro narra in modo fluido e avvincente quegli eventi attraverso gli occhi di chi li ha vissuti personalmente rischiando la ghirba.

Così come il protagonista, anche l’autore è friulano di nascita, ma dal 1986 vive a Bergamo e lavora a Milano nel settore della comunicazione. “Inutile dire che sono molto felice di questo prestigioso riconoscimento letterario in campo storico. Spero che questo Premio contribuisca a far conoscere al largo pubblico le vicende degli Arditi. Esaltati ed ammirati quando c’era bisogno del loro coraggio, ma poi sciolti frettolosamente, messi in disparte e progressivamente dimenticati.

Motivazione del Premio Acqui Storia 2017 a “L’Ardito” di Roberto Roseano:
In perfetto equilibrio fra romanzo, diario familiare, quaderno di guerra e saggio, “L'Ardito” racconta le vicende belliche di un membro dei Reparti d'Assalto italiani durante la Grande Guerra. In questo 2017, in cui ricorre il centenario della nascita dei Reparti d'Assalto, fiore all'occhiello del Regio Esercito, Roseano rende l'epopea di quei duri combattenti, mescolando una scrittura brillante e moderna col lessico da trincea e i dialetti regionali usati dai soldati. Il tutto è saldamente ancorato alla realtà storica da un ricco apparato di note, bibliografia, foto e cartine geografiche. Il canovaccio narrativo della scoperta da parte del nipote delle imprese belliche del nonno è altamente simbolico nel centenario della Prima guerra mondiale, in Italia colpevolmente trascurato dai media e dalle istituzioni. Roseano rappresenta gli Arditi nella loro colorita umanità, che non può essere travisata dalle ideologie, dai giudizi morali, dai pregiudizi, ma solo raccontata per quello che era. Fiera e feroce, in uno scenario drammatico, in cui non ci sono “puri spiriti”, ma uomini, fatti di carne e di sangue, che amano, odiano, uccidono, ridono e piangono, all’interno di una realtà inevitabilmente tornata primordiale ed elementare.

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LA BATTAGLIA DEI TRE MONTI

Truppe austroungariche sul Val Bella

Strano destino quello dei Tre Monti alle porte di Asiago. Da simbolo di rinascita di un esercito, se non di una intera nazione, a insediamento di stazioni sciistiche e cave di marmo; surclassati nell’immaginario collettivo da altre ben più imponenti vette, dove il volo delle aquile già è indice di grandezza e maestosità superiore.
Sembra necessario perciò recuperare alla storia un anno intero di combattimenti sui tre monti, il Val Bella, il Col del Rosso, il Col d’Echele, che distano pochissimi chilometri dai centri abitati e sui quali si è combattuto sul finire del 1917 e per l’intero 1918 altrettanto sanguinosamente che sul vicino Grappa, o sul Piave.
È pur vero che in parte la memorialistica ripara il torto ricordando principalmente quello che è uno dei passaggi fondamentali per il Regio Esercito dopo Caporetto, la battaglia del gennaio 1918, un evento che peraltro viene spesso ricordato nella storiografia ufficiale nel momento in cui si ripercorrono gli avvenimenti principali, sintesi per una lettura veloce, dell’intero conflitto, ma per certi aspetti sia questa che la seconda battaglia combattuta nel successivo mese di giugno non sono mai stato approfondite nella loro dinamica interna.
Invece la duplice riconquista del Monte Val Bella, del Col del Rosso e del Col d’Echele reca con sé alcuni spunti di analisi molto interessanti, costituendo oltre che la prima prova del recupero morale delle truppe italiane dopo la disfatta di Caporetto, anche l’applicazione di una rinnovata dottrina tecnico-militare del Regio Esercito, soprattutto nella sua vittoriosa riuscita della prima azione offensiva contro l’esercito austro-ungarico, a sua volta reduce dallo sforzo seguito al successo dello sfondamento del fonte isontino. E se andiamo a guardare la cartina geografica, ci renderemo conto di quanta importanza aveva anche sul piano strategico il possesso di queste montagne: pochi chilometri separavano le divisioni di Conrad da Bassano da un lato e da Marostica dall’altro, in poche parole dalla discesa in pianura dalle montagne dei Sette Comuni, l’obiettivo di sempre eppure mai raggiunto. È per certi versi una situazione molto simile a quella del 1916, con in più l’aggravante dell’incognita di un esercito che alle spalle non garantiva più la certezza di una solida tenuta, ma che anzi stava subendo una profonda e lunga riorganizzazione.

Tratto da Paolo Volpato, Vittoria ad ogni costo, Itinera Progetti 2003

Cartina Battaglia Tre Monti

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IL CAPITOLO 7 DEL LIBRO "L'ARDITO"
SULLA BATTAGLIA DEI TRE MONTI

Vittarolo di Lusiana, domenica 3 febbraio 1918

È passata quasi una settimana dalla nostra azione sul Val Bella e ora, a mente lucida, posso cercare di descrivere quello che è accaduto.

Col favore del buio la mattina del 28 siamo usciti dalla caverna in cui avevamo passato la notte. Ci siamo ammassati in una depressione ai piedi del Val Bella pronti per l’assalto.

Alle 6,30 i nostri cannoni hanno cominciato a tirare a gas sulle retrovie e poi a granate sui capisaldi di Val Bella, Col del Rosso e Col d’Echele e sui varchi dove dovevamo passare. Era una giornata di sole e gli osservatori dell’artiglieria potevano aggiustare bene la mira.1

Sopra di noi sono passati molti Caproni, che andavano a bombardare le linee austriache.2

Non appena il fuoco si è spostato in avanti, il nostro comandante, capitano Ugo Milone, ha dato il segnale d’attacco. Siamo balzati verso i varchi, che le granate avevano creato tra i reticolati.

Siamo piombati fulmineamente sulla prima linea austriaca e abbiamo spazzato via i difensori a colpi di petardo e pugnale.

Sulla mia destra c’era Pugnodiferro. L’ho visto usare in modo terrificante la sua arma nel corpo a corpo con due mucs, che non volevano arrendersi. Ho sentito il rumore delle mandibole sfondate dal suo tirapugni e poi ho visto l’effetto su quei volti sfigurati.

Sembravamo tutti posseduti da una grande rabbia, che abbiamo scaricato contro quel primo nucleo di difensori. Penso sia stata la rabbia accumulata durante la lunga e dolorosa ritirata dal Friuli.

I mucs l’hanno capito e si sono arresi. Temo, però, che qualcuno dei nostri non si sia fermato subito.

All’arrivo dei Bersaglieri, siamo scattati all’assalto della seconda linea. Qui l’accoglienza è stata peggiore, perché hanno cominciato a spararci contro mentre arrivavamo. Qualcuno è caduto, ma ormai eravamo come un treno in corsa e non potevano più fermarci.

Quando siamo balzati nelle trincee il corpo a corpo è stato di una ferocia che non avevo mai visto. Credo di aver salvato la vita a più di un Ardito e credo che più di un Ardito abbia salvato la vita a me. In quella confusione poteva succedere di tutto, anche di prendersi una fucilata o una bomba di un commilitone. In ogni caso, grazie alla nostra forza e alle continue esercitazioni, siamo usciti vincitori da quella rissa mortale.

Quando sono arrivati i Bersaglieri avevamo già sbrigato il lavoro e stavamo raccogliendo le armi avversarie e i prigionieri da inviare dietro le nostre linee. I nostri camici bianchi erano ormai stracciati e sporchi di fango e di sangue. Carestia sanguinava da una spalla. Non era riuscito a evitare un colpo di baionetta. Con molta difficoltà l’abbiamo convinto a tornare indietro assieme al Gat, che si era preso delle schegge di bomba nelle gambe. Li ho visti andar via sorreggendosi a vicenda. Carestia in silenzio e il Gat imprecando nel suo dialetto a ogni passo.

Io non avevo ferite a parte qualche graffio e qualche contusione. Però mi faceva un male del diavolo la caviglia sinistra. Mi ero slogato durante la colluttazione. Zoppicavo. A malincuore sono rimasto tra quelli di presidio alla trincea. Gli altri sono partiti all’assalto della terza linea, seguiti dai Bersaglieri del 14° Battaglione.

Non ho più visto il capitano Milone. In seguito ho saputo che era stato colpito e che l’avevano portato nella grotta da cui eravamo partiti, adibita a posto di medicazione. È spirato tra le braccia del sottotenente medico dottor Novena. Povero capitano. Mi resterà sempre un bel ricordo di lui.

Purtroppo la sua morte e quella di tanti altri Arditi e Bersaglieri non è stata coronata dalla vittoria.

Tutto a causa di un razzo rosso. C’era un accordo con l’artiglieria sul colore dei razzi. Il razzo a fumata nera richiedeva lo spostamento del tiro in profondità sulla Val Frenzela. Il razzo a fumata azzurra era d’inganno, segnalava solo precisi orari. Il razzo giallo, invece, era segno di un parziale insuccesso e sollecitava di riprendere subito il tiro di sbarramento. Il razzo a pioggia d’argento richiedeva l’invio urgente di rinforzi. Infine, il razzo rosso indicava che dovevano cessare il fuoco sul caposaldo, perché la nostra colonna centrale stava facendo irruzione sulla sommità del Val Bella.

Ebbene, mentre i nostri erano ancora all’inizio dell’attacco alla terza linea nei pressi del bosco di Stenfle, dal Val Bella è partito un razzo rosso e gli artiglieri hanno subito smesso di bombardare. Ma quel razzo l’hanno lanciato i mucs!

Non sappiamo se è stata opera di qualche traditore o se, invece, è stata una segnalazione che hanno fatto alla loro artiglieria.

Le conseguenze per noi sono state gravissime. I mucs ne hanno approfittato per uscire dalle loro tane scavate nella roccia e hanno attaccato la nostra colonna, cercando di aggirarla e di accerchiarla. Non bastasse, sul fianco sinistro venivamo bersagliati dalle mitragliatrici del monte Sisemol e dai tiri di infilata di fucileria e artiglieria.

Dalla trincea in cui ero rimasto, mi sono reso conto che le cose stavano peggiorando. La conferma è venuta quando sono tornati indietro i primi Bersaglieri feriti.

«Il maggiore Borghesio è morto!» hanno detto con le lacrime agli occhi. Era lui che comandava la colonna di sinistra.

«Ha preso il comando il capitano Buttà della seconda compagnia, ma l’attacco è a puttane!»

«L’artiglieria ha smesso di tirare troppo presto sul caposaldo e i tognìt escono come formiche da tutto il monte!»

«Plotoni di ungheresi sono sbucati da Ronco di Carbon e ci hanno preso sulla sinistra!»

«Dove sono gli Arditi?» ho urlato in faccia a un Bersagliere ferito.

«Non so sergente, erano più avanti di noi…»

Credo di non aver mai imprecato così tanto in vita mia.

Ho mandato due Arditi a vedere come stavano le cose. Avrei voluto uscire anch’io, ma non riuscivo ad appoggiare il piede.

Nel frattempo era aumentato il tiro dell’artiglieria austriaca e alcune granate sono cadute anche sulla linea che avevamo conquistato. Una ha fatto strage tra un gruppo di feriti che si stavano medicando.

Ho visto arrivare di corsa un altro gruppo di Bersaglieri. Tra loro c’era anche qualche Ardito. Nessuno della mia squadra.

«Ci stanno massacrando!» mi ha detto uno. «Ci sparano da tutte le parti! È un suicidio!»

«Perché siete qui e non là a combattere?» ho urlato a brutto muso.

«Ci stavano circondando, sergente. Perso per perso ci siamo buttati contro un gruppo di austriaci e abbiamo sfondato. Molti dei nostri sono ormai prigionieri o caduti» mi ha risposto. La sua faccia era disperata.

Una granata carica di pallette d’acciaio è esplosa vicino a noi e quell’Ardito se ne è prese due in corpo. Un Bersagliere è caduto fulminato.

Ho raccolto tutti gli uomini validi presenti nella trincea e ho detto che dovevano andare subito a dar manforte ai commilitoni per evitargli l’umiliazione d’essere fatti prigionieri. Arditi e Bersaglieri sono balzati fuori senza fare storie. Un sergente maggiore dei Bersaglieri intanto aveva mandato alcune staffette verso le retrovie per comunicare la situazione e prendere nuovi ordini. Le linee telefoniche purtroppo erano interrotte.

Si sentivano colpi di ogni tipo di arma provenire dal costone di Stenfle. Mentre noi combattevamo nella neve in cielo infuriava uno scontro tra aeroplani. All’improvviso ci è apparso davanti un pattuglione austriaco. Volevano riprendersi la trincea. Li abbiamo falciati tutti con le loro mitragliatrici. Che fossero arrivati fino a noi era un segnale molto brutto.

Armi in pugno eravamo tutti in tensione pronti a sparare a chiunque si fosse avvicinato. Ci stavamo giocando la pelle anche noi. Se venivamo attaccati da una compagnia non so quanto avremmo potuto resistere e come avremmo potuto sostenere un corpo a corpo. Quasi tutti gli uomini rimasti in trincea avevano qualche ferita o non erano più nel pieno delle forze. Non so per quanto abbiamo atteso col dito sul grilletto. Mi è sembrato un tempo molto lungo.

«Arrivano!» ha gridato qualcuno.

Abbiamo preso la mira verso un punto indefinito davanti a noi.

“È la fine” ho pensato. Istintivamente ho controllato che il mio grop fosse ancora in tasca. Tante volte mi ero chiesto come avrei potuto morire. Non me l’ero mai immaginato nella neve in un bel giorno di sole. Mi consolava il pensiero che sarebbero arrivati un po’ di soldi alla mia famiglia adesso che avevo fatto l’assicurazione. Se fossi morto lo scorso anno avrebbero ricevuto solo l’atto di morte e forse le mie cose.

«Sono i nostri!» ha urlato la stessa voce, abbassando il binocolo.

Un grande sospiro di sollievo si è propagato per la trincea. Mi è sembrato che per un istante quel sospiro abbia sovrastato il rumore delle armi. Qualcuno ha benedetto il Signore, qualcuno ha bestemmiato, qualcuno ha tossito, tutti si sono accesi una sigaretta.

Abbiamo visto un gruppo di Bersaglieri e Arditi correre verso di noi. Alcuni zoppicavano. In mezzo a loro ho riconosciuto le sagome di Mezzomago, Bracciodiferro, Trepugnali, Pugnodiferro e dei due Arditi che avevo mandato in ricognizione.

Quando sono arrivati ho chiesto di Biunnu e Cuteddu.

«Non so dove siano…» mi ha risposto Mezzomago «… nella confusione ci siamo divisi in tanti piccoli gruppi.»

«L’ultima volta che ho visto Cuteddu era in una buca di granata che si riparava dai colpi di mitraglia. Era con dei Bersaglieri» ha aggiunto Bracciodiferro, mentre si faceva medicare da Trepugnali.

Sanguinava da un braccio.

Il volto di Pugnodiferro era una maschera di sangue rappreso.

«Gli è solo un graffio. Un farfallone di striscio. Pochi centimetri più a destra e allora sì che avevo la trippa al sole.»

«Biunnu?» ho chiesto. Nessuno ha risposto.

«Biunnu?» ho chiesto di nuovo.

«Non sappiamo che fine ha fatto, sergente» mi ha risposto Mezzomago. «A un certo punto piovevano addosso molte granate. Ognuno ha cercato un riparo. Da quel momento l’abbiamo perso di vista.»

«Ma perché diavolo la nostra artiglieria ha smesso di tirare sulle loro linee?» è intervenuto con rabbia Bracciodiferro. «I magnasego hanno potuto uscire tranquillamente da tutti i buchi e contrattaccarci da tutti i lati. Questa montagna è come un groviera di gallerie e caverne!»

«E dire che con questo sole la visibilità è perfetta. Quando torno ammazzo gli osservatori!» è sbottato Pugnodiferro.

Il suono di un fischietto ci ha interrotti.

«Via! Via! Veloci! Tornare alla linea di partenza!» gridava a tutti un tenente dei Bersaglieri. Era giunto l’ordine di ripiegare.

L’attacco era sospeso. L’attacco era fallito.

Ho fatto il tragitto di ritorno saltando su una gamba sola.

La caviglia era molto gonfia.

Siamo passati per la caverna. Cercavamo O’pazzo.

La caverna risuonava di lamenti e di urla. Era piena di feriti. Alcuni di loro, purtroppo, avevano il cartellino rosso.3Altri erano già morti.

Si sentiva un odore forte di medicine e di sangue. La terra era tutta inzuppata di sangue. Una cosa orribile: in un angolo erano state buttate delle braccia e delle gambe. I medici le avevano amputate.4

Abbiamo trovato O’pazzo, proprio mentre due barellieri lo stavano portando verso l’ospedaletto da campo. Per fortuna aveva il cartellino verde. I medici gli avevano fasciato la ferita al torace. Ci ha visti e ci ha sorriso.

«Cose e’ pazz» ho letto sulle sue labbra. Gli ho stretto la mano.

«Sergè, dicci a Miezzumago de fa’ na magia, de famme guarì…» è riuscito a dire, mentre lo accompagnavamo fuori.

«Dài amico che adesso te ne torni a Napoli» gli ha detto Trepugnali per confortarlo.

«Nun voglio tornà a casa, guagliù, voglio restà cun vuie…» queste sono state le ultime parole che gli abbiamo sentito dire prima che i barellieri lo portassero via.

Assieme agli altri superstiti siamo tornati da dove eravamo partiti al mattino. Trepugnali mi ha fatto da stampella. Con noi c’erano anche Carestia e il Gat, fasciati. 

Sulla via del ritorno il nostro umore già basso è peggiorato quando abbiamo saputo che anche la colonna di destra non aveva avuto miglior fortuna. Anche loro avevano subito gravi perdite. Il capitano Abbondanza era tra i feriti.

A cima Echar i feriti sono stati fatti proseguire per Osteria del Puffele. Gli uomini ancora validi sono rimasti. Nel pomeriggio era previsto un ulteriore attacco con la colonna centrale, che non era entrata in azione.

Ci siamo separati da Trepugnali, Mezzomago e Pugnodiferro, che, nonostante la ferita alla testa, ha insistito per rimanere.

Intanto la nostra artiglieria aveva ripreso a battere il Val Bella.

Migliori notizie erano giunte dal I Reparto. Assieme alla “Sassari” erano riusciti a prendere il Col del Rosso e il Col d’Echele e stavano respingendo i contrattacchi furiosi dei mucs.5

Il secondo attacco al Val Bella è stato sferrato intorno alle 16,30 quando già la luce stava calando. Il comando aveva rinforzato le truppe di Arditi del II e di Bersaglieri del 46° Battaglione con una compagnia del IV Reparto d’assalto e un Battaglione della “Liguria”. Purtroppo, anche questo tentativo si è infranto contro il fuoco nemico. Due ore dopo il comando ha sospeso l’attacco. Grazie al cielo i tre della mia squadra se la sono cavata senza danni gravi.

Mentre ci leccavamo le ferite nelle retrovie, abbiamo visto passare molti feriti del I Reparto e della “Sassari”.

Carestia aveva le lacrime agli occhi quando ha saputo che il sottotenente Nino Sistu, suo compaesano, era morto quella mattina.

Sempre in testa al suo plotone era crollato alla quarta ferita. Dopo quello che gli era successo a Vidor molti pensavano che fosse immortale.

Quasi tutti gli ufficiali del I sono stati feriti, compreso il comandante del reparto, il nostro valoroso comandante del VI, maggiore Ambrogi.6

Loro almeno possono dire d’aver raggiunto gli obiettivi. Hanno catturato migliaia di fucili, cento mitragliatrici, alcune bombarde e oltre duemilacinquecento prigionieri, tra cui un colonnello con tutti i suoi ufficiali. È stato il tenente Alecci a prenderli. Infine, due Arditi sono riusciti ad abbattere a fucilate un aeroplano, che volava basso.

La sera stessa del 28 ci hanno riportati a Vittarolo.

Il 29 il Val Bella è stato attaccato di nuovo. Questa volta non ci sono stati razzi sbagliati e i mucs sono stati cacciati dagli Arditi del IV e del XVI, dai Bersaglieri del 5° e del 14° Reggimento e dai Fanti della “Bisagno”.7

Poi hanno dovuto difendere i tre capisaldi dai continui contrattacchi, col sostegno del XXIV Reparto e dei Fanti della “Liguria”.

A memoria di questa azione, trascrivo una parte dell’Ordine del giorno del Comando della 33a Divisione.

Nel nome d’Italia avevate giurato di vincere e avete vinto.

Nel nome d’Italia, dal cuore orgoglioso e commosso, ringrazio ognuno di voi, io che ebbi la fortuna di comandarvi.

Attraverso le oscillazioni della lotta io vi ho seguito, ora per ora, con trepidazione, ma senza ombra di dubbio. Poiché le sorti della battaglia erano nelle vostre mani saldissime, io ero sicuro del successo.

Conosco bene quanto esso sia costato. Conosco bene l’eroismo dei vivi e dei morti, lo slancio dei capi e quello dei gregari, il vicendevole soccorso che tutti di tutte le armi si prestarono nelle ore più gravi, l’instancabile fervore di coloro che dietro i combattenti alimentarono i servizi che della battaglia sono arma sussidiaria preziosa.

Non vi può essere graduatoria di eroismi tra voi.

[…]

Nella stagione più aspra, dopo un lungo periodo di fatiche senza gioia, contro un nemico al quale la eccellenza delle posizioni tenute, il miraggio della dolce e ricca pianura vicina, l’orgoglio di recenti vittorie delle quali alle armi proprie stoltamente attribuiva il merito, moltiplicavano lo spirito offensivo e la sicurezza vittoriosa, voi avete riaperto le belle tradizioni delle offensive italiane che a palmo a palmo avevano respinto il nemico da baluardi formidabili.

Accanto agli imperterriti difensori italiani del Grappa, accanto agli eroici conquistatori francesi del Tomba, voi prendete oggi un posto luminoso che tutta l’Italia riconosce e riconoscono in modo speciale i nostri superiori comandi alleati.

Tutta l’Italia freme di entusiasmo e di gioia.

Essa ritrova in voi i combattenti che le falangi barbare più agguerrite e i fortilizi più aspri non arrestano quando la fede è nei cuori e la volontà di vincere è la sola misura del pericolo da affrontare.

Sotto questi auspici la primavera si affaccia alla cerchia dei monti contrastati non come stagione di oscura ansia o di torbido dubbio, ma come stagione di fiorite promesse per la riscossa finale.

Gloria a voi tutti che con la vostra devozione eroica suggellaste tale auspicio.

Fanti delle Brigate Sassari (151-152), Liguria (157-158), Bisagno (209-210); Bersaglieri della IV Brigata (Reggimenti 14-20) e del 5° Reggimento; Assaltatori del I, II, IV, XVI, XXIV Reparto; Alpini del Battaglione Bassano; Artiglieri del Complesso Centrale e Orientale; Bombardieri del 53° Gruppo; Mitraglieri del Gruppo Divisionale; Soldati del Genio (VII Battaglione)!

per voi tutti e in nome vostro, comandanti e soldati, io so di poter promettere, come prometto, al Paese che quando l’ora di nuovi cimenti suonerà per l’Italia, dal meritato riposo, balzerete indomabili.

Viva l’Italia!

firmato Ten.Gen.Sanna 8

Credo di non aver dimenticato nulla.

Qui all’accampamento è triste vedere tante brande vuote e le camerate mezze deserte. Molti commilitoni sono ricoverati negli ospedali, sepolti nei cimiteri di guerra o ancora dispersi.9



NOTE

1 L’artiglieria schierò un numero elevato di pezzi, circa 500, in rapporto alla limitata larghezza del fronte (3 chilometri). Alle 6,30 iniziò il tiro a gas sulla Val Frenzela, sullo Stenfle e sulla Val Kamant per interdire l’afflusso delle riserve in appoggio ai difensori dei tre monti. Alle 7,30 subentrò il tiro di distruzione sui capisaldi e sui varchi attraverso cui dovevano passare le truppe attaccanti. Il bombardamento durò fino alle 9,30. I risultati furono in generale positivi, tranne che sul Val Bella, poiché gli imperiali avevano trovato riparo nelle numerose caverne e gallerie scavate in precedenza proprio dagli italiani.

2 Erano aerei trimotori biplani e triplani prodotti dai fratelli Gianni e Federico Caproni a Vizzola Ticino e Taliedo. Furono i bombardieri più utilizzati dal Regio Esercito nel corso della Grande Guerra.

3 In prossimità della prima linea i medici facevano un primo intervento sui feriti. Quelli col cartellino rosso erano giudicati incurabili e intrasportabili.

4 La mortalità tra i feriti era altissima, per le poche conoscenze mediche dell’epoca, l’impossibilità di sfruttarle appieno in zona di guerra e per la grave mancanza di igiene, che portava la temuta cancrena, il tetano, le emorragie e le infezioni post-operatorie.

5 Nonostante gli sforzi italiani per tenere nascosta l’operazione sui “Tre Monti”, gli austro-ungarici ne erano venuti a conoscenza. Dapprima increduli, poi si convinsero per tutta una serie di indizi e segnali premonitori. Decisero così di sostituire le truppe logorate, che si trovavano in linea, con reparti freschi e agguerriti.

6 Furono feriti tutti i comandanti delle tre compagnie: capitano Benci, 1a compagnia,  capitano Càffaro, 2a compagnia, capitano Manescalchi, 3a compagnia, e inoltre i tenenti Bravi, Carpinelli, Mozzoni e Cao, comandante della sezione Bettica.

7 Alle 12,32 del 29 gennaio, il colonnello Castelli, comandante del 209° Reggimento della Brigata “Bisagno”, comunicò che il Val Bella era finalmente occupato. In seguito si lamentò, a ragione, di non essere stato citato nel bollettino del giorno, pur avendo avuto un ruolo determinante nel successo dell’operazione.

8 Il generale Carlo Sanna (3 gennaio 1859 - 17 luglio 1928) prese parte a molte battaglie e vittorie sul Carso, in particolare la conquista del colle Selz, considerato imprendibile. Durante la ritirata di Caporetto, sempre al comando della 33ª Divisione, coprì la ritirata italiana, ordinando la distruzione del ponte di Pinzano sul Tagliamento.

9 La battaglia, che poi venne denominata dei “Tre Monti”, costò agli italiani 45 ufficiali morti, 185 feriti e 38 dispersi, di cui 15 catturati; 534 militari morti, 3.162 feriti e 1.286 dispersi, di cui circa 600 catturati. Non è dato sapere le perdite degli imperiali.

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